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Cesare Evangelisti

Estratto del discorso di benvenuto di Cesare Evangelisti, presidente dell'associazione Il Geniglio

L’associazione Il Geniglio nasce da un’esigenza: la necessità di affrontare la grande sfida della quotidianità con i propri figli, sia si affronti come singolo sia come coppia.

Io, come genitore, so bene quanto sia difficile la giornata tipo, divisa fra il lavoro, i compiti, la spesa, le bollette e le mille altre grandi incombenze, nelle quali occorre necessariamente ritagliare un tempo dedicato ai nostri figli e ai nostri compagni, a volte questi ultimi un po’ dimenticati in un angolino.

Poco più di un anno e mezzo fa, con l’esigenza di dare una risposta a questa idea, abbiamo creato l’Associazione Il Geniglio, la cui parola ha radici sia in Genitore che in Figlio, mettendo assieme alcuni genitori adottivi e alcuni tecnici di grande esperienza nel campo della genitorialità adottiva.

Il Geniglio si propone proprio di creare uno spazio aperto di discussione e confronto, dove il genitore possa trovare sostegno da parte di altre coppie o singoli genitori che si trovano ad affrontare le stesse situazioni, moderati da un tecnico che assiste il gruppo di lavoro.

La forma associazionistica ci permette di avere dialogo sia con le istituzioni, a volte a corto di mezzi e possibilità su questi campi, e di certo vincolate da procedure che limitano spesso gli stessi operatori del pubblico, che con altre associazioni che tanto si prodigano nel campo della genitorialità.

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Il tema delle Radici è un’esigenza che spesso s’incontra nei ragazzi che hanno vissuto una storia di abbandono e che, in un punto non ben precisato del loro percorso di vita, può diventare un importante argomento di discussione in famiglia.

La Grande Domanda: CHI SONO?
E’ da sempre fra i primi posti nelle domande che l’essere umano si pone nel corso della propria esistenza.
Una o più volte nel corso della vita ci si interroga sul significato del nostro essere vivi, cercando di attingere la risposta nel nostro bagaglio, piccolo o grande che sia, dei nostri ricordi, delle nostre esperienze, della nostra vita in generale.
Una grande fetta di questa ricchezza, il ricordo, è preclusa ai nostri figli dalle circostanze della vita e dal lungo e difficile percorso che li ha fatti diventare i nostri figli ed esseri umani che stanno diventando grandi.
Ricordi frammentati, immagini rapide, suoni colori, forse anche odori appartengono a un passato non fatto di ricordi d’infanzia supportati dal racconto di genitori e parenti, da fotografie o altro, ma a un’altra vita, un altro universo che sembra perduto per sempre.
L’esigenza di ricostruire questo legame con il proprio passato è molto forte in molti dei nostri ragazzi e si manifesta a volte prepotente con l’avanzare dell’età, perché ricostruire il proprio passato, diventa spesso un’esigenza irrinunciabile.
Viene quindi da sola la seconda grande domanda: DA DOVE VENGO?
E’ una anche questa domanda semplice, quasi banale, ma di difficile risposta per loro, per i nostri figli adottivi. Manca un pezzo nella rete dei ricordi, manca un frammento che dovrebbe servire a completare il quadro dell’anima dei nostri ragazzi, anche troppo confusi già così.

Da dove vengono i loro ricordi, quelli che non ci appartengono, quelli che sono solo loro, quelli che noi possiamo solo immaginare perché non c’eravamo.

Il ricongiungimento fisico con la loro terra natia è un’esigenza forte, mentre altre volte è solo un desiderio che risiede in fondo al cuore, tanto in fondo che a volte non sembra essere nemmeno presente.

Per noi genitori l’argomento che trattiamo... ...rappresenta una possibilità di ricongiungere una parte di vita vissuta assieme, meravigliosa intensa e complessa con una parte che noi possiamo solo immaginare, anche se il paese di provenienza dei nostri figli lo abbiamo già visto.

Visto, non vissuto, alle prese con i mille problemi che la prima convivenza ha comportato.
Tutti quelli che hanno vissuto questa esperienza sanno di cosa sto parlando: conoscersi, comprendersi, litigare, scontrarsi, piangere e ridere.
E poi il disagio della burocrazia, la lontananza da casa, il sentirsi soli e poco considerati dalle loro e dalle nostre autorità. Per alcuni il clima, il cibo, l’altitudine, la lingua. Per alcuni è stata anche una piccola vacanza, per altri un po’ meno, ma di fondo, restava la grande incognita sul futuro che sarebbe venuto di lì a breve, e la vita, la vita dei genitori non solo quella del piccolo, che sarebbe cambiata radicalmente.

Ci sono due facce della medaglia nel tema delle Radici, interdipendenti ma agli opposti: il punto di vista del ragazzo e il punto di vista del genitore.
Questo tema ci sta molto a cuore, un po’ perché non se ne parla spesso, un po’ perché, come genitore adottivo, credo che mio figlio vorrà prima o poi ritornare nella terra di nascita.

Come posso preparare mio figlio al ritorno?
Come posso prepararmi io, e come la coppia?
Se chiede di andare da solo lo lascio partire?
A che età possiamo cominciare a parlare del viaggio?
Se non ne parla, lo suggerisco io?
E se il viaggio si rivela un’esperienza negativa?
Posso essere giudice dei sentimenti di mio figlio per questo argomento?

Sono solo una parte delle domande che mi vengono, a braccio, in questo momento...

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Una parte delle Radici è anche rappresentata dalle conoscenze che sono a disposizione dei genitori adottivi e che, per ragioni di tutela sono state taciute all’adottato: i genitori biologici e le loro storie, eventuali fratelli di cui si ha notizia, parenti in vita possibili.
Le Radici sono anche questo: riprendere, da parte sua, contatto con un mondo che forse non gli appartiene più o che non potrebbe sentire più suo, ma che comunque avrà un impatto, non necessariamente negativo, sul suo intimo.
E che avrà certamente anche sul nostro d’intimo, perché, in questa enorme bilancia che è la famiglia adottiva noi siamo su un piatto della bilancia allo stesso modo in cui sono i nostri pargoli, e tutto quello che tocca loro tocca anche noi, perché siamo Genitori e Figli.

La famiglia di origine a volte però ha moto proprio e spesso si sentono casi in cui, grazie al web, pezzi di quella che è la famiglia originaria si mettono in contatto con i nostri figli, attraverso i vari social network. Anche questo è radici, e occorre gestirlo perché se il viaggio è in un certo senso avulso dalla quotidianità, l’irrompere proprio in quella quotidianità faticosamente creata nella famiglia adottiva di queste nuove presenze potrebbe spostare equilibri importanti.
E contrariamente al viaggio la preparazione e la pianificazione di questi eventi non sono sempre possibili, e la sorpresa è certa.
Ecco perché il convegno è intitolato Radici 3.0, prendendo in prestito il linguaggio della rete: l’adozione ai giorni nostri è profondamente diversa da quello che poteva essere anche solo 20 anni fa: i nostri figli, il cui linguaggio si evolve così rapidamente tanto da lasciare “al palo” noi genitori, hanno a disposizione un mare magnum virtualmente infinito di possibilità di conoscenza, di esplorazione e di ricerca. E di essere ricercati. E trovati.
Senza allarmare nessuno e tornando al tema delle Radici anche questo argomento merita di essere sviluppato, conosciuto e in un qualche modo affrontato.

Personalmente farei molto volentieri Il Viaggio in Bolivia, terra natia di mio figlio, nazione a cui sono molto legato e che sento un po’ mia.
Il viaggio d’adozione è stato convulso, frammentato, troppo corso e poco meditato alle prese con una burocrazia, e non è un eufemismo, veramente sudamericana, con tempi biblici e code interminabili.
Abbiamo conosciuto anche la protesta furente di una donna incontrata per caso durante una festa di paese che ci accusava di rubare il bambino alla Bolivia. Ed è una delle immagini più vive che mi tornano in mente, molto più dei paesaggi dell’altipiano o della cordigliera andina sullo sfondo.
Per fortuna c’erano amici boliviani con noi e l’abbiamo scampata velocemente.
Troppo veloce, troppo frenetico quel viaggio, e troppo preoccupati di mille cose: documenti, visite, file.
Della Bolivia non serbo un ricordo bellissimo, ma lo vorrei avere. Vorrei sedermi in un parco e guardare un po’ della vita che passa intorno, vorrei conoscere altre città, insomma vorrei essere un po’ più boliviano di come sono ora.
Adesso però, che mille volte ho visto le cose assieme ai suoi occhi vorrei tanto rivedere quei luoghi che lo hanno visto nascere.
Per vedere il suo mondo con gli occhi del bambino che era assieme ai suoi, per vedere i suoi ricordi con gli occhi degli uomini che saranno.

E mio figlio? Mio figlio non ne parla.
All’apparenza non si cura dell’argomento, non parla di viaggiare in Bolivia, non parla nemmeno della Bolivia. Solo qualche accenno ogni tanto, raro.
Sotto la cenere c’è ancora un po’ di fuoco, e io spero di essere pronto.

E quando sarà un uomo?
Se ci vorrà con lui? Lo accompagneremo.

O magari ci andremo da soli.

 

Associazione Il Geniglio - via C.Treves 11 40135 Bologna
info[at]geniglio.it