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Relazione tenuta nell’ambito del seminario
dall’avv. Annamaria Ciampa


Il mio intervento sarà poco suggestivo e necessariamente tecnico, per superare il pericolo che ogni intervento tecnico comporta, ovvero la noia e la mancanza di chiarezza, ho cercato di semplificarne il contenuto.
Dovrò tuttavia iniziare con una elencazione delle c.d. fonti normative che regolano l’ambito dell’argomento oggetto di questa giornata di studio, confronto e riflessione.
La normativa cui fare riferimento è la seguente:
- Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, denominata per brevità CEDU, art 8
- Convenzione dei diritti del fanciullo di NY 1989 ratificata in Italia nel 1991
- Convenzione sulla protezione dei minori e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale Aja 1993 ratificata in Italia nel 1998
- Raccomandazione del Consiglio d’Europa sul rispetto dei diritti dell’infanzia e nell’adozione internazionale, anno 2000
- Convenzione europea sull’adozione dei minori del 2008 non ancora ratificata
- Legge 4 maggio 1983 n. 184 come modificata dalla legge 28 marzo 2001 n. 149, art. 24
- DPR 3.11.2000 n. 396 ordinamento dello stato civile, art. 30

 

Partiamo dall’art. 24 della legge 149/2001:
“L’articolo 28 della legge n. 184 è sostituito dal seguente:
Art. 28.
1. Il minore adottato è informato di tale sua condizione ed i genitori adottivi vi provvedono nei modi e termini che essi ritengono più opportuni.
2. Qualunque attestazione di stato civile riferita all’adottato deve essere rilasciata con la sola indicazione del nuovo cognome e con l’esclusione di qualsiasi riferimento alla paternità e alla maternità del minore e dell’annotazione di cui all’articolo 26, comma 4.
3. L’ufficiale di stato civile, l’ufficiale di anagrafe e qualsiasi altro ente pubblico o privato, autorità o pubblico ufficio debbono rifiutarsi di fornire notizie, informazioni, certificazioni, estratti o copie dai quali possa comunque risultare il rapporto di adozione, salvo autorizzazione espressa dell’autorità giudiziaria. Non è necessaria l’autorizzazione qualora la richiesta provenga dall’ufficiale di stato civile, per verificare se sussistano impedimenti matrimoniali.
4. Le informazioni concernenti l’identità dei genitori biologici possono essere fornite ai genitori adottivi, quali esercenti la potestà dei genitori, su autorizzazione del tribunale per i minorenni, solo se sussistono gravi e comprovati motivi. Il tribunale accerta che l’informazione sia preceduta e accompagnata da adeguata preparazione e assistenza del minore. Le informazioni possono essere fornite anche al responsabile di una struttura ospedaliera o di un presidio sanitario, ove ricorrano i presupposti della necessità e della urgenza e vi sia grave pericolo per la salute del minore.
5. L’adottato, raggiunta l’età di venticinque anni, può accedere a informazioni che riguardano la sua origine e l’identità dei propri genitori biologici. Può farlo anche raggiunta la maggiore età, se sussistono gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica. L’istanza deve essere presentata al tribunale per i minorenni del luogo di residenza.
6. Il tribunale per i minorenni procede all’audizione delle persone di cui ritenga opportuno l’ascolto; assume tutte le informazioni di carattere sociale e psicologico, al fine di valutare che l’accesso alle notizie di cui al comma 5 non comporti grave turbamento all’equilibrio psico-fisico del richiedente. Definita l’istruttoria, il tribunale per i minorenni autorizza con decreto l’accesso alle notizie richieste.
7. L’accesso alle informazioni non è consentito se l’adottato non sia stato riconosciuto alla nascita dalla madre naturale e qualora anche uno solo dei genitori biologici abbia dichiarato di non voler essere nominato, o abbia manifestato il consenso all’adozione a condizione di rimanere anonimo.
8. Fatto salvo quanto previsto dai commi precedenti, l’autorizzazione non è richiesta per l’adottato maggiore di età quando i genitori adottivi sono deceduti o divenuti irreperibili.
***
Comma 1: il minore ha diritto alla conoscenza delle proprie origini
I diritti del soggetto minore, nel corso degli ultimi decenni, si sono modificati, ampliati e definiti in un percorso inarrestabile con una sempre maggiore incisività. Siamo molto lontani dal concetto di figlio inteso come “proprietà” del padre di famiglia, e la famiglia è andata modificandosi in parallelo, seguendo l’evoluzione della società che – almeno nelle intenzioni – aspira ad un alto livello di rispetto della persona umana. In materia di adozione ed affido il bambino non è più oggetto di diritti ed aspettative degli adulti, bensì soggetto portatore di diritti ed interessi totalmente propri. L’adozione mira al raggiungimento del supremo interesse del minore e gli adottanti possono rivestire solo un ruolo marginale a servizio di questo superiore interesse.
Il diritto alla propria identità ed alla conoscenza delle proprie origini è riconosciuto dalla Convenzione di NY:
Art. 7
1.Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi.
2. Gli Stati parti vigilano affinché questi diritti siano attuati in conformità con la loro legislazione nazionale e con gli obblighi che sono imposti loro dagli strumenti internazionali applicabili in materia, in particolare nei casi in cui se ciò non fosse fatto, il fanciullo verrebbe a trovarsi apolide.
Art. 8
1. Gli Stati parti si impegnano a rispettare il diritto del fanciullo a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni familiari, così come riconosciute dalla legge, senza ingerenze illegali.
2. Se un fanciullo è illegalmente privato degli elementi costitutivi della sua identità o di alcuni di essi, gli Stati parti devono concedergli adeguata assistenza e protezione affinché la sua identità sia ristabilita il più rapidamente possibile.
Anche la Convenzione dell’Aja si esprime in tal senso:
Art. 30
1. Le autorità competenti di ciascuno Stato contraente conservano con cura le informazioni in loro possesso sulle origini del minore, in particolare quelle relative all'identità della madre e del padre ed i dati sui precedenti sanitari del minore e della sua famiglia.
2. Le medesime autorità assicurano l'accesso del minore o del suo rappresentante a tali informazioni, con l'assistenza appropriata, nella misura consentita dalla legge dello Stato.
Parimenti la Raccomandazione del Consiglio europeo n. 1443/2000 stabilisce che i minori hanno diritto a conoscere i propri genitori e ad avere accesso ai documenti che contengono le informazioni relative alla loro identità biologica.
1. L’Assemblea afferma che tutti i bambini hanno diritti, come dichiarato nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, e, in particolare, il diritto a conoscere ed essere allevati dai propri genitori per quanto possibile.
Comma 5: ricerca da parte dell’adottato maggiorenne per motivi di salute e da parte dell’ultra 25enne
Se il diritto alla conoscenza delle origini è pienamente riconosciuto al minore d’età, appare logico prevedere un diritto alla conoscenza delle origini anche da parte del figlio adottivo che abbia raggiunto la maggiore età. Si deve distinguere tuttavia tra diritto alla conoscenza del proprio status di figlio adottivo e diritto di accesso ai documenti che riguardano la propria storia adottiva. La norma impone una limitazione all’accesso alla documentazione, per cui il maggiorenne potrà avere conoscenza delle notizie che lo riguardano solo se sussistano comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica. In caso contrario dovrà attendere il compimento del 25° anno d’età.
La ratio della norma è condivisibile: si presume che l’adottato raggiunga la maturità psico-fisica sufficiente ad affrontare la conoscenza della propria storia adottiva con il compimento dei 25 anni d’età e il comma seguente ne completa il significato ed i limiti, che sono di pura tutela del richiedente:
Comma 6: valutazione dell’impatto per l’accesso alle notizie sulla integrità psico-fisica del richiedente
Mi permetto un breve inciso, del tutto personale, dettato dall’esperienza che vivo come difensore del minore nei procedimenti per la verifica dello stato d’abbandono, per cui ritengo che questa preventiva valutazione da parte del Tribunale per i Minorenni sia veramente importante e necessaria. Le storie dei bambini dichiarati adottabili non sono mai semplici e non si limitano quasi mai ai bambini e ai loro genitori, estendendosi all’intera famiglia d’origine. La parola abbandono ha molteplici declinazioni e nel procedimento per l’adottabilità le manifestazioni di essa sono infinite. I documenti contenuti in un fascicolo dicono molto della storia adottiva ma possono anche infliggere un dolore insostenibile, se non si è adeguatamente preparati, soprattutto preparati a comprendere e a perdonare.
Ne consegue che sia demandato al TM l’esame dell’opportunità di consentire l’accesso alle informazioni riguardanti il procedimento di adottabilità.
Comma 7: genitore che non vuole essere nominato
Il penultimo comma dell’art. 28 è quello che ha impegnato maggiormente il lavoro interpretativo poiché si pone il problema di contemperare due diritti di primaria importanza che in questa fattispecie appaiono in netto contrasto.
Il primo, è il già menzionato diritto del figlio adottivo all’identità personale e alla conoscenza delle proprie origini, il secondo è il diritto della madre a mantenere l’anonimato.
Se ci limitiamo a questa stringata contrapposizione la soluzione al problema potrebbe apparire semplice, ma va considerato che il diritto della madre a restare anonima tutela non solo la madre ma anche il nascituro. La possibilità garantita alle donne di poter partorire in sicurezza, presso le strutture ospedaliere, e di poter contare sull’anonimato è rivolta a salvaguardare la salute della madre e del bambino che sta per nascere, dal pericolo di venire al mondo in condizioni precarie e di clandestinità, nonché dal pericolo, ancor più grave, di essere vittima di un infanticidio.
Si tratta quindi di tutelare il bene supremo alla vita e all’incolumità personale e ciò solo basterebbe a relegare in secondo piano qualunque altra pretesa.
L’origine della norma è antichissima, risalente al diritto greco e al nostro diritto romano, che prevedeva il c.d. ius exponendi, in forza del quale il neonato non voluto veniva deposto in un luogo ben visibile, affinchè chiunque potesse prenderlo con sé come membro della propria famiglia.
La sensibilità sul tema della ricerca delle origini ha trovato sostegno nelle scienze psico-sociali che hanno fatto emergere l’importanza di considerare anche le esigenze psicologiche dei figli adottivi, il loro profondo bisogno di recuperare l’inizio della loro storia, contemperando ciò con il diritto all’anonimato dei genitori.
Per questo motivo l’art. 28 è stato oggetto di giudizio di legittimità costituzionale in relazione agli artt. 2 (diritti inviolabili dell’uomo), 3 (diritti di uguaglianza, sviluppo della personalità), 32 (diritto alla salute) della Costituzione.
La Corte Costituzionale già nel 2005 con la sentenza n. 425 del 25.11.2005, aveva ritenuto infondata la questione posta al suo giudizio, ribadendo che la previsione normativa era rivolta alla tutela della gestante e del nascituro e definendo l’art. 28 come “una norma espressione di una ragionevole valutazione comparativa dei diritti inviolabili dei soggetti della vicenda.”
La soluzione prospettata dalla Corte non risolveva il problema e soprattutto non risolveva il contrasto con la previsione normativa europea, in particolare all’art 8 della CEDU:
ARTICOLO 8
Diritto al rispetto della vita privata e familiare
1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata
e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza.
2. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica
nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia
prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società
democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla
pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla
difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione
della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui.
ai cui principi il nostro ordinamento si deve uniformare, il dibattito sul problema proseguiva e la necessità di riformare il meccanismo si faceva pressante.
Due erano le strade da percorrere: la prima è la via giurisdizionale, investendo nuovamente la Corte Costituzionale e la Corte Europea dei diritti dell’uomo, la seconda la via legislativa, con la presentazione di proposte di legge atte a modificare la normativa vigente.
La Corte Costituzionale si è finalmente pronunciata accogliendo il ricorso che sollevava la questione, con la sentenza 22.11.2013 n. 278 e stabilendo che: “il vulnus è dunque rappresentato dalla irreversibilità del segreto. La quale, risultando, per le ragioni anzidette, in contrasto con gli artt. 2 e 3 della Costituzione, deve conseguentemente essere rimossa.”
PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 28, comma 7, della legge 4 maggio 1983, n. 184 (Diritto del minore ad una famiglia), come sostituito dall’art. 177, comma 2, del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali), nella parte in cui non prevede – attraverso un procedimento, stabilito dalla legge, che assicuri la massima riservatezza – la possibilità per il giudice di interpellare la madre – che abbia dichiarato di non voler essere nominata ai sensi dell’art. 30, comma 1, del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile, a norma dell’articolo 2, comma 12, della legge 15 maggio 1997, n. 127) – su richiesta del figlio, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione.

Il recepimento della decisione della Corte è stato immediato, il Tribunale per i Minorenni di Firenze ha accolto la richiesta di una donna che ha chiesto all’autorità giudiziaria di verificare se la propria madre biologica avesse ancora interesse a mantenere l’anonimato.
Il Tribunale ha accolto la richiesta applicando la sentenza della Corte Costituzionale sopra citata, e nel concreto ha delegato un giudice relatore di verificare l’eventuale volontà di revoca al segreto da parte della madre biologica che aveva chiesto di non essere nominata.
Sul versante della riforma legislativa è attualmente in discussione il Progetto di legge n. 784 del 19.12.2013 che prevede la riformulazione del comma 7 dell’art. 28 della legge 184/1983 come segue:
“Art. 1 – Il comma 7 dell’art. 28 della 4 maggio 1983, n. 184, e successive modificazioni, è sostituito dal seguente:
“7. L’adottato può accedere a informazioni che riguardano la sua origine, comprese quelle concernenti la procedura di adozione, i dati sanitari, i periodi di permanenza in istituiti o altro, con l’unica esclusione dell’identità dei genitori biologici qualora egli non sia stato riconosciuto alla nascita. In tale ultima ipotesi, previa richiesta dell’adottato che abbia compiuto il venticinquesimo anno di età, il tribunale per i minorenni del luogo di residenza dell’adottato, valutato il caso, è tenuto informare la madre e il padre naturali della richiesta di accesso alle informazioni da parte dello stesso adottato e a chiedere il loro consenso al superamento dell’anonimato. Qualora la madre risulti deceduta e il padre risulti deceduto o non identificabile, il medesimo tribunale, su richiesta dell’interessato, procede direttamente ad acquisire le informazioni concernenti le loro generalità e le loro anamnesi familiari, fisiologiche e patologiche, in particolare per quanto concerne l’eventuale presenza di patologie ereditarie trasmissibili e le cause del decesso, nonché il deposito di loro organi presso strutture sanitarie.”
Ad una prima lettura si potrebbe dire che la proposta di legge sia risolutiva del problema, attraverso la verifica del persistere o meno della volontà della madre a restare anonima. Inoltre l’ultima parte del nuovo comma 7 garantisce l’accesso alle informazioni di carattere genetico che possono rivelarsi essenziali per la salute del richiedente.
Ho cercato di far sì che il mio intervento potesse diventare semplicemente uno strumento per conoscere l’aspetto giuridico della ricerca delle origini e ho evitato di percorrere i sentieri che riguardano l’aspetto psicologico del problema.
In chiusura mi sia concesso di citare una delle ultime battute del film “Philomena” in cui la protagonista rivolgendosi al giornalista che l’ha accompagnata nella sua ricerca del figlio, dopo aver scoperto che il figlio perduto l’aveva altrettanto cercata dice: “Scrivi questa storia perché questa storia deve essere raccontata.”

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